Il Maestro di Saidu Sharif. Alle Origini dell’Arte del Gandhara

Autore/i: AA. VV.
Editore: Ist. It. per l’Africa e l’Oriente
A cura di Pierfrancesco Callieri e Anna Filigenzi pp. 222, nn ill. ill. a colori e b/n, Roma

INDICE

Presentazione, Donatella Mazzeo

Presentazione, Gherardo Gnoli 

Introduzione, Pierfrancesco Callieri

La valle dello Swat e la Missione Archeologica Italiana dell’Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente (IsIAO) in Pakistan, Pierfrancesco Callieri

L’itinerario della spedizione di Alessandro Magno nello Swat, Luca Maria Olivieri

I Maurya e la diffusione del Buddhismo nello Swat, Anna Filigenzi

Gli Indo-Greci nel Pakistan settentrionale, Pierfrancesco Callieri

Il periodo dei Saka e dei Parti: le dinastie di Apraca e di Odi ed il loro supporto al Buddhismo, Pierfrancesco Callieri

La monetazione del Nord-Ovest del sub-continente indiano tra i Greci ed i Kusana, Laura Giuliano

L’artigianato di lusso nel Nord-Ovest di epoca indo-greca, Saka e partica: i “piattelli per cosmetici”, Ciro Lo Muzio

Introduzione ad alcuni significati del simbolismo dello stupa, Massimiliano A. Polichetti

L’arte narrativa del Gandhara, Anna Filigenzi 

Il complesso buddhista di Butkara I: nascita e sviluppo, Domenico Faccenna

Le prime testimonianze di arte figurativa: il centro artistico di Butkara I ed i gruppi stilistici, Domenico Faccenna

L’area sacra buddhista di Saidu Sharif I,
Domenico Faccenna, Pierfrancesco Callieri

Il fregio dello Stupa Principale di Saidu Sharif I: il Maestro di Saidu, Domenico Faccenna

SCHEDE

L’artigianato minore dal III sec. a.c. al I sec. d.C. (Cat. 1-10) .

I piattelli per cosmetici (Ca t. 11-15)

La monetazione del Nord-Ovest del sub-continente indiano da Alessandro agli Indo-Parti (Ca t. 17-64)

La tradizione dei depositi votivi: i reliquiari (Cat. 65-68)

L’arte narrativa del Gandhara (Ca t. 69-71)

Cultura religiosa e tradizione artistica nello Swat: il centro artistico di Butkara I (Cat. 72-95)

Il fregio dello Stiipa Principale di Saidu Sharif I (Ca t. 96-139)

Intorno allo Stiipa Principale: rilievi figurati dai monumenti minori di Saidu Sharif I (Cat. 140-147) .

APPENDICE

Sui contenuti di alcuni reliquiari da Butkara I e Saidu Sharif I, Swat, Lorenzo Costantini, Loredana Costantini Biasini, Daniela Ferro

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Arte ed Estetica nell’Islam

Autore/i: Allamah Muhammad Taqi Jafari
Editore: Irfan Edizioni
prefazione di Maria Rosaria D’Acierno, traduzione di Kazem Zakeri (Zaccaria). pp. 148, San Demetrio Corone (CS)

In quest’opera l’Autore affronta, dal punto di vista filosofico islamico, i temi più importanti dell’arte e dell’estetica, tra cui: il significato e i differenti tipi di bellezza, la distinzione tra arte conformista e arte d’avanguardia, il ruolo dell’artista nella società, il talento e la creatività, il rapporto tra la bellezza con l’etica e la verità rivelata. Un intero capitolo, infine, è dedicato al tema della bellezza artistica e naturale, nelle fonti tradizionali dell’Islam, ossia il Corano e le tradizioni del Profeta e degli Imam.

Allamah Muhammad Taqi Jafari  (1923-1998), nato a Tabriz (Iran), è stato un autorevole filosofo e teologo musulmano di scuola sciita. Scrisse molte opere nelle quali affrontò diverse tematiche in ambito antropologico, sociologico, mistico e filosofo, tra le quali ricordiamo un imponente commentario in 15 volumi al capolavoro del misticismo universale del poeta Rumi, il Mathnawi, e la sua incom-piuta traduzione commentata in persiano del Nahj al-Balaghah, che raccoglie i detti, i sermoni e le lettere (in lingua araba) attribuite ad Ali ibn Abu Talib, quarto califfo e primo Imam sciita.

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Presentazione

Profilo biografico di Allamah Jafari

1. Uno sguardo alla filosofia dell’arte secondo l’Islam

2. L’arte dal punto di vista filosofico

3. Arte conformista e arte d’avanguardia

4. Arte e innovazione

5. L’artista e la creativita’

6. Unita’ e molteplicita’ nell’arte

7. La bellezza e la sua relazione con la verita’ e l’etica

8. La bellezza dal punto di vista filosofico

9. La bellezza secondo le fonti islamiche

Il Grande Racconto delle Stelle

Autore/i: Boitani P.
Editore: Il Mulino
prefazione e introduzione dell’autore. pp. 618, 256 ill. a colori, Bologna

e quando miro in cielo arder le stelle;
dico fra me pensando:
a che tante facelle?
che fa l’aria infinita, e quel profondo
infinito seren?
Giacomo Leopardi

In principio furono le stelle. Se il primo a vedere «astri infiniti splendere nel buio» è Omero, poeti e scrittori di tutte le letterature sono stati rapiti dall’incanto del cielo stellato. Su tutti, Dante, che nella Commedia si volge alle stelle all’inizio e alla fine del poema, e al termine di ciascuna cantica. Trapuntano dovunque le volte delle chiese e delle moschee, illuminano mille capolavori della pittura, da Giotto a van Gogh e a Rothko. Ispirano musiche sublimi, da Händel a Haydn, da Verdi a Wagner, come pure folgoranti sperimentazioni contemporanee. Ma il racconto delle stelle intesse di vibrante bellezza anche civiltà lontane, dalla Persia all’India, alla Cina. Sapienti e visionarie, queste pagine esplorano i pensieri e i sogni, gli interrogativi, i fantasmi, i terrori, le speranze che l’umanità ha consegnato alle stelle attraverso il tempo.

Piero Boitani insegna Letterature comparate nella Sapienza – Università di Roma. Con il Mulino ha pubblicato da ultimo «Sulle orme di Ulisse» (20072), :«Letteratura europea e Medioevo volgare» (2007) e «Il Vangelo secondo Shakespeare» (2009).

Il Vuoto, le Forme, l’Altro

Tra Oriente e Occidente
Autore/i: Ghilardi Marcello
Editore: Morcelliana
introduzione dell’autore. pp. 544, Brescia

Se da sempre provoca il pensiero filosofico, la questione dell’”altro” assume nuovo interesse di fronte alla pluralità che caratterizza l’epoca odierna. Confrontandosi con autori e testi non solo della tradizione europea ma anche di quella orientale, in particolare cinese e giapponese, l’autore esamina l’alterità nell’ambito del linguaggio, della pratica artistica e dell’etica, giungendo a una inedita nozione di “vuoto”, non come nome dell’indicibile, ma come apertura nei confronti delle molteplici forme del mondo.

“Taccuino giapponese” di Giangiorgio Pasqualotto: un viaggio tra cultura, filosofia e spiritualità

Esplorare il Giappone con un accompagnatore d’eccezione, capace di rivelare il gioco di rimandi e opposizioni tra gli elementi naturali in un parco, la bellezza austera di un esile e secolare bodhisattva, ma anche la gioia di trovarsi dinanzi a una tavolozza di sapori a tavola: è questa, dopo tutto, la guida che ogni amante del Sol Levante sogna.

Giangiorgio Pasqualotto, (…)
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La mia recensione a “Giappone” di Rossella Menegazzo nel nuovo numero di “Bonsai & suiseki magazine”

Non solo anime: “Vita da cartoni” di E. D. Infante e F. Bartoli (in libreria dal 7 giugno 2012)

Negli ultimi anni – e credo non sia solo una mia impressione – si sta assistendo nel nostro paese a un interessante fenomeno, sulle cui origini socio-culturali bisognerebbe indagare:
la rivalutazione delle storie a fumetti e delle serie animate
, seguita, per conseguenza, dalla pubblicazione di riviste e volumi appositi.

Tra i testi che ho trovato più interessanti in merito, vorrei segnalarvi Vita da cartoni, di Elettra Dafne Infante (regista, scrittrice e sceneggiatrice) e Fabio Bartoli (già autore di Vado, Tokyo e torno e Mangascienza, di cui ho rispettivamente parlato qui e qui), in libreria dal 7 giugno 2012 per i tipi Tunué e con tanto di dvd allegato (qui un’anticipazione). (…)
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“Giappone underground”: nelle viscere del cinema sperimentale giapponese degli anni ’60-’70

Notturno in bianco e nero. Un ragazzo con le lenti spesse canta sul tetto di un edificio, fissa l’orizzonte, o forse il vuoto. E’ ben pettinato, e la camicia bianca è stirata a perfezione. E’ un assassino, e prima ancora una vittima. Il suo destino è già scritto.

Questo l’incipit di Su su per la seconda volta vergine (Yuke yuke nidome no shojo, 1969) di Wakamatsu Kōji, capolavoro del cinema sperimentale giapponese del secondo dopoguerra: un cinema duro, crudo, violento, profondamente legato al clima di opposizione sociale e rinnovamento che si respirava in quegli anni in Giappone, in cui le proteste caratteristiche dell’epoca sessantottina erano in realtà sorte già da tempo quando l’Europa conobbe il maggio francese, diventato poi simbolo delle rivolte giovanili.

Per orientarci in questo universo torbido e poliforme – poco noto in Italia anche a causa del rifiuto operato da parte dei circuiti cinematografici e televisivi (con la lodevole eccezione del solito Ghezzi) – possiamo affidarci a Giappone underground. Il cinema sperimentale degli anni ’60 e ’70 di Beniamino Biondi (edizioni Il Foglio, 2001, pp. 133, 12 €; in offerta su Amazon.it cliccando qui a 10,20 €), che fornisce una panoramica sintetica ma ad ampio raggio sull’argomento, scansionata per registi, dei quali estrinseca la poetica e i significati delle scelte formali (talvolta azzardate ed estreme) proprio a partire dalla loro stessa produzione, con abbondanza di esempi.

In quegli anni, non pochi registi – rompendo bruscamente con le industrie cinematografiche e con l’establishment intellettuale – si dedicarono in modo intensissimo alla sperimentazione e alla ricerca di nuovi linguaggi che potessero rivelare il malessere e le contraddizioni di una società fagocitata dal capitalismo dilagante, in cui l’individuo (specie se appartenente agli strati sociali più bassi) non poteva che annichilirsi o straniarsi, sino a diventare altro da sé.

Mentre Sartre fumava al Café de Flore, a Parigi, disputando di politica e filosofia, alcuni cinfefili giapponesi battevano cantine, quartieri malfamati, bar d’infimo ordine per scovare idee e atmosfere, finendo per dare la parola persino ai luoghi stessi: lo dimostra Wakamatsu Kōji nel suo A.K.A. Serial Killer (Ryakushō renzoku shasatsuma, 1969), documentario dedicato a un serial killer, privo di attori, che racconta la vita dell’assassino facendo parlare gli stessi scenari degradati in cui si è svolta, costituendo così una perfetta applicazione della teoria del paesaggio, volta a dimostrare “come l’ambiente muti l’identità sociale e politica” (cit. di Adachi Masao), che ricorda la celebre formula “race, moment, milieu” (fattori ereditari, contesto sociale e momento storico sono determinanti per la costituzione di un individuo), coniata da Taine, teorico del naturalismo francese ottocentesco.

Moltissima parte delle pellicole nate a cavallo tra gli anni Sessanta e i Settanta si presenta oggi ai nostri occhi dissacrante, oscura, incoerente, visivamente e contenutisticamente aggressiva. Il ricorso alla violenza è esplicitato in tutte le sue forme, non ultima quella sessuale: l’eros diviene una cassa di risonanza e, prima ancora, un linguaggio di opposizione e denuncia, talvolta non privo di letture allegoriche, come nel caso di Iimura Takahiko e Hara Kazuo. Per questa ragione, è possibile individuare nella produzione di questi anni numerose tracce del pinku eiga (letteralmente ‘cinema rosa’, da intendersi però come produzione erotica, spesso realizzata a basso costo e in tempi ristretti): per portare in scena il malessere delle fasce più deboli, escluse dalla buona società, si credeva fosse opportuno ricorrere a generi e stili artistici altrettanto outsider.  

Ma la rivolta (politica, ideologica, esistenziale), come ben spiega Biondi, non passò soltanto attraverso i contenuti, bensì anche per gli stessi strumenti stilistici ed espressivi, come dimostrano le esperienze di Obayashi Nobuhiko (celebre la sequenza della pianta che fa l’amore con una ragazza, tratta dal suo Huasu, ripresa da Sam Raini).

La realtà stravolta e violenta in cui si dibattevano uomini e donne in conflitto con se stessi e con il mondo poteva esser rappresentata soltanto da scelte formali coraggiose sino all’azzardo, spinte talvolta – di proposito o meno, a seconda della bravura del regista – ai limiti del trash, con incursioni nell’horror e nel grottesco: cromatismi deliranti, alterazioni improvvise nelle sequenze dei fotogrammi, collage, inquadrature stravolte e stravolgenti… I generi cinematografici si confondono tra loro, recependo al contempo stimoli e suggestioni dall’arte e del cinema occidentale; basti pensare all’influenza del mito di Edipo sul Funerale delle rose (Bara no Sōretsu; qui a sinistra un fotogramma), diretto da Matsumoto Toshio nel 1969.

Un caso a parte è rappresentato dalle pellicole di Mishima Yukio, in cui apparve nelle veste di semplice attore, oppure come ideatore e protagonista. A quest’ultima classe appartiene un’unica opera, entrata però nella leggenda: Patriotism (Yūkoku, 1966), ritenuta da molti premonitrice, dal momento che il personaggio principale, incarnato dallo scrittore, si dà la morte per seppuku (suicidio rituale).

Lo stesso Mishima fu uno dei bersagli preferiti di Terayama Shūji, autore dell’Imperatore Tomato Ketchup (Tomato kecchappu kōtei, 1970; qui a lato un fotogramma), in cui si scagliò sia contro il militarismo tanto apprezzato dall’autore del Padiglione d’oro, sia contro le alternative politiche, sociali e rivoluzionarie dell’epoca, dando vita a un film di non facile interpretazione e dai tratti visionari.

Quello underground fu insomma un cinema sfaccettato e ricco per temi, stili, polemiche, il cui spirito è forse in parte riassumibile nei versi struggenti e allucinati della canzone che apre Su su per la seconda volta vergine:

Mamma,
io  me ne vado!
Entro nella notte della città.
Un pranzo nudo,
un pranzo di sangue.



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