Diario di Murasaki Shikibu

Autore/i: Murasaki Shikibu
Editore: Marsilio
introduzione e cura di Carolina Negri. pp. 128, Venezia

Il nome di Murasaki Shikibu (970?-1019?) è legato in modo indissolubile al Genji monogatari, capolavoro della letteratura giapponese redatto agli inizi dell’XI secolo, probabilmente proprio nello stesso periodo in cui l’autrice prestava servizio come dama di corte. Della sua esistenza purtroppo ancora oggi non abbiamo molte notizie, però diverse fonti confermano l’appartenenza a una famiglia di governatori di provincia con una solida tradizione culturale e le sue straordinarie doti intellettuali, grazie alle quali fu scelta come dama al seguito di Shōshi (988-1074), figlia del potente Fujiwara no Michinaga (966-1028), negli anni successivi alla morte del marito.

Carolina Negri insegna lingua e letteratura giapponese all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha trascorso un lungo periodo di studio in Giappone dove si è specializzata in letteratura giapponese classica. Per la Letteratura universale Marsilio ha curato Le memorie della dama di Sarashina  (20102) e Diario di Izumi Shikibu (2008). La fiaba di Cenerentola nel Giappone del X secolo.

La Tradizione Estetica Giapponese

Sulla natura della bellezza
Autore/i: Ricca Laura
Editore: Carocci
premessa dell’autrice. pp. 192, nn. ill. b/n, Roma

L’indagine del volume si incentra sull’esame di alcune idee estetiche del Giappone tradizionale che non sono state oggetto di analisi teoretiche sistematiche, ma hanno trovato espressione in concrete pratiche di vita e attività artistiche concepite come vere e proprie “vie” di perfezionamento spirituale. Il saggio si compone di due parti. Nella prima si pongono le premesse per indagare le idee-patrimonio dell’arte e della cultura estetica nipponica; la messa a fuoco di alcuni principi cardine che affondano le loro radici nella sensibilità “classica” giapponese contribuisce a illuminare taluni tratti della visione del mondo estremo-orientale. Nella seconda parte si analizzano alcune significative idee estetiche, la cui peculiarità è di non essere mai state organizzate in un sistema organico, forse perché troppo ovvie o troppo “vissute”. Proprio nello spirito di tale dimensione esistenziale la struttura del libro segue un percorso non lineare, dettato essenzialmente da libere associazioni, ispirandosi al genere classico zuihitsu – letteralmente “seguire il pennello”, ovvero pensieri in libertà, non necessariamente legati da nesso logico. Lungo questo percorso si sviluppano poi ulteriori diramazioni innescate da quei punti di congiunzione con il pensiero filosofico ed estetico occidentale che si offrono all’intuizione nella prospettiva di un’ermeneutica comparata.

Laura Ricca yamatologa di formazione, è attualmente assegnista di ricerca (2011-16) in Estetica all’Università di Bologna (Dipartimento di Scienze dell’Educazione, Scuola di Psicologia e Formazione). Tra il 2003 e il 2009 è stata Lettrice di Italiano e in seguito Research Fellow presso l’Università del Tohoku di Sendai in Giappone. Le sue ricerche hanno come oggetto le idee dell’arte e della cultura estetica giapponese in una prospettiva comparata.

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Premessa
Parte prima
Percorsi
1. L’armonia (wa) come filosofia di vita
2. Il soffio vitale (qi)
3. L’assenza di sistematicita: lo zuihitsu
4. La relazione uomo-natura
5. La via del te

Parte seconda
Idee dell’arte e della cultura estetica giapponese
6. Furyu e iki
7. Aware
8. Wabi, sabi e mingei
9. Shibui e yugen
10. I volti del vuoto
Bibliografia essenziale

Autobiografia di un Monaco Zen

Autore/i: Deshimaru Taisen
Editore: Se
traduzione di Guido Alberti. pp. 144, Milano

“Fui pervaso fin nel più profondo del cuore dal sentimento dell’impermanenza di tutte le cose che mi era stato trasmesso da mia madre. La vita umana era effimera come i petali avvizziti, spazzati via dal vento. La nozione buddhista dell’impermanenza (mujo) faceva parte del mio essere più intimo. Niente nell’universo intero può resistere al tempo. Tutto ne viene travolto, tutto è condannato a scomparire o a mutare. Anche lo spirito, come la materia, è chiamato a trasformarsi, senza mai poter raggiungere la permanenza. Per questo l’uomo è costretto ad avanzare in solitudine, senza alcun appoggio stabile. Come è detto nello Shodoka, neppure la morte, che lascia ciascuno solo nella sua bara, è definitiva. Soltanto l’impermanenza è reale”.

Il Canto dell’Immediato Satori

Autore/i: Daishi Yoka
Editore: Se
introduzione e commento del Maestro Taisen Deshimaru, traduzione di Lucia Corradini pp. 174, Milano

Dalla Prefazione:

La verità autentica risiede nel sistema cosmico e nei fenomeni del reale. Ma questi fenomeni reali devono essere creati a partire dalla fonte originaria e pura di ku, vacuità. Realizzare questo crea una vita meravigliosa, una morte meravigliosa.

Il maestro Yoka descrive come risvegliarsi a questa vita e a questa morte, come decidere della nostra vita quotidiana, come «troncare» la nostra mente e il nostro ego. Yoka Daishi è morto più di mille anni fa, nel 713 dopo Cristo, ma il suo Shodoka, «Canto dell’immediato satori», ancora attuale alla nostra epoca, possiede una freschezza che la maggior parte dei sutra e dei canti antichi non hanno. Nella nostra epoca, gli uomini vivono solo a metà. In tutti gli ambiti, sono soltanto «tiepidi», incompleti, semi-vivi e semi-morti. Più nessuno ha fede nella verità o in se stesso, neppure gli insegnanti, i politici o gli scienziati. La specializzazione ha reso gli uomini incompleti. Lo Shodoka è destinato a tagliare i dubbi che abitano gli uomini, a troncare la loro mente e a trovare la verità in Dio o in Buddha; grazie a esso, l’uomo può risvegliarsi a una vita autentica.

La Virtù Femminile

Autore/i: Setouchi Harumi
Editore: BEAT
pp. 608, Vicenza

Dopo essere stata acquistata dalla più famosa okiya (casa di geishe) di Kyoto, Tami diventa una delle più ricercate geishe giapponesi, ammirata e amata da nobili, industriali, uomini politici. Tami ama i kimono dalle falde larghe che si agitano «come una marea che si ritiri da una spiaggia», ama truccarsi come «una marionetta del Bunraku» e ubbidire ai riti più sottili della sua arte, ma non esita a fuggire con il suo amante a Hollywood, a vestirsi all’occidentale, a gettarsi tra le braccia di una giovane ereditiera americana, a invaghirsi di un giovane studente a Parigi e, infine, a ritirarsi in un piccolo tempio tra i boschi di bambù di Saga e, col nome di Loto della Saggezza, condurre una rigorosa vita monacale e lasciare ancora nutrirsi alla fiamma del desiderio soltanto i suoi bellissimi occhi.
Romanzo che ci conduce nelle stanze segrete dell’animo femminile, là dove la «virtù» contempla anche il coraggio della trasgressione, La virtù femminile è una delle opere più importanti della narrativa giapponese contemporanea.

«Qualcosa di strabiliante percorre La virtù femminile». (la Repubblica)

«In Giappone, Harumi Setouchi è un simbolo. Quando una volta al mese apre le porte del suo tempio di Tendai Dera, vicino a Kyoto, accorrono da tutto il paese per ascoltarla». (il Foglio)

«Harumi Setouchi: la più famosa autrice giapponese di bestseller, da trent’anni monaco buddhista… un simbolo e un guru, una che ha vissuto e che è disposta a insegnare a vivere». (Lidia Ravera, Sette – Corriere della Sera)

Harumi Setouchi è nata nel 1922 a Tokushima, antica ed elegante città dell’isola Shikoku. Nel 1973, dopo un’esistenza intensamente vissuta (un marito, una figlia, una travolgente storia d’amore con un giovane studente, un lungo soggiorno in Cina) ha deciso di diventare monaca e si è ritirata nel tempio della protagonista della Virtù femminile.

Il Viaggio in Giappone

di un gentiluomo italiano di fine Ottocento
Autore/i: Niri Paolo Augusto
Editore: Odradek
nota introduttiva dell’autore. pp. 96, 40 ill. b/n, Roma

Dopo tanti libri azzimati e seriosi pubblichiamo una chicca, di facile lettura ma del tutto affidabile, sul Giappone di fine Ottocento. Che poi si scopre non essere molto cambiato.

Un italiano residente in Giappone, tornato nella sua città natale, si trova tra le mani un voluminoso libro della fine dell’Ottocento che parla del viaggio di un nobile napoletano di origini abruzzesi nella terra del Sol levante.
La lettura del libro è intensa ed entusiasmante, e dal fascino dei luoghi da lui stesso visitati nonché dal confronto delle emozioni provate nasce una scelta antologica che ne ripropone in modo intelligente e scorrevole i contenuti, lasciandone nel contempo inalterato l’incanto complessivo.
Il Giappone alla fine dell’800 iniziava quel processo radicale e irreversibile di trasformazione e di occidentalizzazione che lo avrebbe portato poi ad essere protagonista dello sviluppo tecnologico e della modernità, sebbene permangano tuttora immutati alcuni tratti distintivi del carattere del suo popolo che suscitano rispetto e ammirazione.
Nella seconda metà dell’Ottocento il Giappone, dopo aver rinunciato a quella politica di isolamento che lo aveva reso inavvicinabile per più di due secoli, si aprì gradualmente ai rapporti con le potenze occidentali e all’afflussodegli stranieri.
In quell’epoca inoltre, grazie alla realizzazione del canale di Suez, inaugurato nel 1869, si rese possibile quel giro intorno al mondo, in piroscafo e in treno, che Jules Verne avrebbe descritto nel suo celebre libro, pubblicato nel 1873.
Molti europei, quindi, vinti dal fascino di Phileas Fogg (il gentleman inglese protagonista del romanzo Il giro del mondo in 80 giorni) e dell’Oriente, si improvvisarono globe-trotters e si recarono anche in Giappone, alla scoperta di un paese per molti versi ancora misterioso e sconosciuto. Tra questi il giovane De Riseis, nobile di nascita, che vi giunse nel 1893 e che ci ha lasciato una testimonianza tra le più vivaci e coinvolgenti del Giappone del periodo Meiji.

Paolo Augusto Niri (Chieti 1968) dal 2003 vive in Giappone, dove insegna l’italiano alla Kyoto University of Foreign Studies e alla Osaka University of Arts.

All’editore preme sottolineare la figura del nobile Giovanni De Riseis che sul finire del 1893, appena laureatosi a Napoli in giurisprudenza – aveva solo ventuno anni – intraprende un grand tour inusuale, dagli Stati Uniti, al Giappone, alla Cina.
Il prof. Niri, che insegna in Giappone, ha riscoperto gli appunti di viaggio del proprio connazionale e conterraneo, e ne propone una scelta antologica e commentata.
Nel caso di De Riseis, i proventi delle rendite fondiarie non vengono dissolti in beni di lusso; o per lo meno, il lusso di un viaggio intorno al mondo può condensarsi in un ponderoso libro di appunti di viaggio, capace di restituire sia il Paese attraversato con tutte le sue differenze, sia l’intelligenza, la cultura e la sensibilità di chi si è messo in viaggio.
I commenti di Niri alla scelta antologica propongono quindi un curioso e attraente gioco di “riflessioni” incrociate sul Giappone da parte di due colti e curiosi giramondo.

Il Vuoto, le Forme, l’Altro

Tra Oriente e Occidente
Autore/i: Ghilardi Marcello
Editore: Morcelliana
introduzione dell’autore. pp. 544, Brescia

Se da sempre provoca il pensiero filosofico, la questione dell’”altro” assume nuovo interesse di fronte alla pluralità che caratterizza l’epoca odierna. Confrontandosi con autori e testi non solo della tradizione europea ma anche di quella orientale, in particolare cinese e giapponese, l’autore esamina l’alterità nell’ambito del linguaggio, della pratica artistica e dell’etica, giungendo a una inedita nozione di “vuoto”, non come nome dell’indicibile, ma come apertura nei confronti delle molteplici forme del mondo.

Sulla Maestria

Autore/i: Tanizaki Junichiro
Editore: Adelphi
a cura di Gala Maria Follaco. pp. 132, Milano Prezzo: € 13,00

Una mattina, leggendo il giornale, Tanizaki è colpito dalla foto di un attore seduto su una veranda nei panni di un samurai. Osservandolo meglio, scopre che con imper­cettibili accorgimenti e controllando la respirazione è riuscito a produrre una forma circolare, che parte dal col­lo e dalle spalle e prosegue lungo le maniche: «Sem­brava che se ne stesse seduto lì per caso, e invece ob­bediva alle regole del kabuki, sicché persino le pieghe del suo kimono si distinguevano le une dalle altre in maniera del tutto naturale». Solo la maestria – una peri­zia tecnica che si acquisisce grazie a un lungo, arduo tirocinio – può condurre a esiti di così sublime ele­ganza. Arte come sacrificio e dedizione, dunque, come opera «ben fatta», per il puro piacere della perfezione: non certo per adulare i potenti o le masse, o per fare sfoggio di bravura e dottrina, o acquisire denaro. In un gioco di contrasti e dissolvenze fra mondo passato e moderno, orientale e occidentale, Tanizaki ci offre un’inedita visione di pittura, letteratura, teatro e ci­ne­ma e – in un dialogo intessuto di rimandi e cor­rispon­denze fra continenti, epoche e stili – evoca un’arte uni­versale, capace di coinvolgere l’anima e il corpo e non solo l’intel­letto, aperta a una tradizione artigiana cui soltanto i novatori sciocchi guardano con sufficienza. Nel contempo, ci svela la sua poetica: l’ammirato tributo ai valori dell’u­mil­tà e della perseveranza con cui gli orientali percorrono la via dell’arte affinando tecnica e talento, la commossa evocazione dell’antica poesia giap­ponese, l’entusiasmo per la forza espressiva del ci­nema tedesco e l’analisi del genio smart di Chaplin, la passione per Goethe e Schnitzler e le riserve su Balzac.

Lo Shinto

Una nuova storia
Autore/i: Breen John; Teeuwen Mark
Editore: Ubaldini Editore
traduzione e cura di Enrico Giulia. pp. 280, ill. b/n, Roma Prezzo: € 27,00

A differenza del buddhismo, diffusamente studiato e praticato anche in Occidente, lo shinto, pur permeando ogni aspetto della cultura del Giappone, rimane ancora oggi una delle sue religioni meno conosciute. Questo studio eccellente di Breen e Teeuwen, entrambi docenti di studi giapponesi, l’uno a Londra e Kyoto, l’altro all’Università di Oslo, presenta la ’via dei kami’ in modo inedito, ne delinea lo sviluppo nei vari periodi storici e riporta alla luce la dimensione dell’esperienza del sacro in Giappone secondo un percorso che dal particolare – l’analisi della storia di un santuario, di un mito e di un rito – arriva a formulare un quadro generale tanto chiaro e lucido quanto raro.

John Breen (Gran Bretagna, 1956) dopo aver completato gli studi all’Università di Cambridge ha insegnato alla School of Oriental and African Studies di Londra. Attualmente è docente presso l’International Research Centre for Japanese Studies di Kyoto, dove dirige la Japan Review. Ha curato ’Yasukani, the War Dead and the Struggle for Japan’s Past’ (2008) e, in collaborazione con altri studiosi, ’Japan and Christianity: Impacts and Responses’ (1996), ’Shinto in History: Ways of the kami’ (2000) e il libro di Inoue Nobutaka ’Shinto: A Short History’ (2002).

Mark Teeuwen (Danimarca, 1966) è docente di studi giapponesi presso l’Università di Oslo. Ha pubblicato numerosi saggi, tra cui ricordiamo ’Watarai Shinto: an Intellectual History of the Outer Shrine in Ise’ (1996); ha curato ’Buddhas and Kami in Japan’ (2002) e ’The Culture of Secrecy in Japanese Religion’ (2006).

The Training of the Zen Buddhist Monk

Autore/i: Suzuki Daisetz Taitaro
Editore: University Books
illustrated by Zenchu Sato. pp. 164, nn. tavv. e ill. b/n, New York Prezzo: € 28,00

Preface:
For those who have not read my previous works on Zen BuddhismI it may be necessary to say a few words about what Zen is.
Zen (ch’an in Chinese) is the Japanese word for Sanskrit dhyana, which is usually translated in English by such terms as meditation, contemplation, tranquillisation, concentration of mind, etc. Buddhism offers for its followers a triple form of discipline: ’Sila (morality), Dhyana (meditation), and Prajña (intuitive knowledge). Of these, the Dhyana achieved a special development in China when Buddhism passed through the crucible of Chinese psychology. As the result, we can say thatZen has become practically the Chinese modusoperandiof Buddhism, especially for the intelligentsia. The philosophy of Zen is, of course, that of Buddhism, especially of the Prajnaparamita highly coloured with the mysticism of the Avatamsaka. As Zen is a discipline and not a philosophy, it directly deals with life; and this is where Zen has developed its most characteristic features. It may be described as a form of mysticism, but the way it handles its experience is altogether unique. Hence the special designation Zen Buddhism.
The beginning of Zen in China is traditionally ascribed to the coming of Bodhidhanna (Bodai Daruma) from Southem India in the year 520. It took, however, about one hundred and fifty years before Zen was acclimatised as the product of the Chinese genius; for it was about the time of Hui-nêng (Yeno) and his followers that what i now known as Zen took definite shape lo be distinguished from the Indian type of Buddhist mysticism. What are then the specific features of Zen, which have gradually emerged in the history of Buddhist thought in China?
Zen means, as I have said, Dhyana, but in the course of its development in China it has come to identify itself more with Prajña (hannya) than with Dhyana (zenjo). Prajña is intuitive knowledge as well as intuitive power itself. The power grows out of Dhyana, but Dhyana in itself does not constitute Prajña, and what Zen aims to realise is Prajña and not Dhyana. Zen tells us to grasp the truth of Sunyata, Absolute Emptiness, and this without the mediacy of the intellect or logic. It is to be done by intuition or immediate perception. Hui-nêng and Shên-hui (Jinne) emphasised this aspect of Zen, calling it the abrupt teaching in contrast lo the gradual teaching which emphasises Dhyana rather than Prajña. Zen, therefore, practically means the living of the Prajñaparamita.
The teaching of the Prajñaparamita is no other than the doctrine of Sunyata, and this is lo be briefly explained. ’Sunyata which is here translated emptiness does not mean nothingness or vacuity or contentlessness. It has an absolute sense and refuses lo be expressed in terms of relativity and of formal logic. It is expressible only in terms of contradiction. Il cannot be grasped by means of concepts. The only way lo understand it is lo experience it in oneself. In this respect, therefore, the tenn ’sunyata belongs more lo psychology than to anything else, especially as it is treated in Zen Buddhism. When the masters declare: Turo south and look at the polar star; The bridge flows but the water does not; The willow-leaves are not green, the flowers are not red; etc., they are speaking in terms of their inner experience, and by this inner experience is meant the one which comes to us when mind and body dissolve, and by which all our ordinary ways of looking at the so-called world undergo some fundamental transformation. Naturally, statements issuing out of this sort of experience are full of contradictions and even appear altogether nonsensical. This is inevitable, but Zen finds its peculiar mission here.
What Indian Mahayana sutras state in abstract terms Zen does in concrete terms. Therefore, concrete individual images abound in Zen; in other words, Zen makes use, lo a great extent, of poetical expressions; Zen is wedded to poetry.
In the beginning of Zen history, there was no specified method of studying Zen. Those who wished lo understand it carne lo the master, but the latter had no stereotyped instruction lo give, for this was impossible in the nature of things. He simply expressed in his own way either by gestures or in words his disapproval of whatever view his disciples might present lo him, until he was fully satisfied with them. His dealing with his disciples was quite unique in the annals of spiritual exercises. He struck them with a stick, slapped them in the face, kicked them down lo the ground; he gave an incoherent ejaculation, he laughed at them, made sometimes scornful, sometimes satirical, sometimes even abusive remarks, which will surely stagger those who are not used lo the ways of a Zen master. This was not due to the irascible character of particular masters; it rather carne out of the peculiar nature of the Zen experience, which, with aIl the means verbaI and gesticulatory at his command, the master endeavours to communicate to his truth-seeking disciples. It was no easy task for them lo understand this sort of communication. The point was, however, not to understand what carne lo them from the outside, but to awaken what lies within themselves. The master could not do anything further than indicate the way lo il. In consequence of aIl this, there were not many who could readily grasp the teaching of Zen.

This difficulty, though inherent in the nature of Zen, was relieved a great deal by the development of the koan exercise in the eleventh century. This exercise has now become the special feature of Zen in Japan. Koan, literally meaning official document, is a kind of problem given lo Zen students for solution, which leads to the realisation of the truth of Zen. The koans are principally taken from the old masters’ utterances. Now with a koan before the mind, the student knows where to fu his attention and lo find the way to a realisation. Before this, he had to grope a!together in the dark, not knowing where to lay his hand in his search of a light.

The koan exercise is no doubt a great help lo the understanding of Zen, but at the same time it is liable to lower the spiritual quality of the students who come to study Zen. Systematisation in one sense means popularisation, for things become easier lo comprehend by being put in order. But this democratic diffusion tends to kill the chance for originality and creativeness, and these are the characteristics of the religious genius. System does not permit irregularities, they are generally excluded from it. But in Zen these irregular leapings are the thing most needed, although the koan exercise is a very flexible system and by the judicious use of it the master is able lo educate his students in full accordance with the real spirit of Zen.
Zen came to Japan in the thirteenth century when the Kamakura government under the Hojo family was having its heyday. Il was atonce embraced by the military class. Being direct and not requiring much learning, it was the very thing for the Hojo warriors. Japanese culture under the Hojo regime is noted for its austere simplicity, and for its vigorous creativeness, especially in religious thought: great Buddhist leaders were produced, who founded new schools of Buddhism; most Zen monasteries of the first importance were established; and the rise of Bushido the Warrior’s Wayis coincident with the spread of Zen among the warrior class. The art of fencing too owes a great deal lo the teaching of Zen, for it is deeply imbued with its mystic spirit. That the Japanese sword is lo be used with both hands and that the Japanese warrior never carries a shield, always bending on attack, show how well the samurai appreciates the practice of Zen, in which the idea of going-straight-ahead-nessI is strongly emphasised.
Zen has had far more in Japan than in China to do with the moulding of the character of her people and the development of her culture. That is perhaps one of the reasons why Zen is still a living spiritual force in Japan, while in China it has almost ceased to be so. The Zendo (Meditation Hall) in Japan is visited by youths of character and intelligence, and that Zen tradition is very much a living fact is shown by the sale of books on Zen. Many devoted followers of Zen can be found among business men, statesmen, and other people of social importance. The Zendo is thus by no means an institution exclusively meant for the monks.
There are at present over twenty such institutions in Japan which belong lo the Rinzai branch of Zen. In the Soto branch too there must be many, of which, however, I am not so well informed, and what is described in the following pages is principally applicable lo the Rinzai. While both the Rimai and the Soto belong lo Zen, they have been differentiated from each other in the course of their history in China, but much more emphatically in Japan.
Il is impossible, as I maintain, in the study of the Orient, especially in the study of Japanese character and culture, to neglect much less to ignore the influence of Zen. Zen ought lo be studied not only in its theoretical aspect as a unique product of the Oriental mind, but in its practical aspect as is lo be seen in the Zendo life. This is the chief motive for my writing this book, which is fully illustrated by Reverend Zenchu Sato, of Tokeiji, Kamakura.
He is not a professional painter, but being one of those who have gone through all the disciplinary measures pertaining to the Zendo life, he is thoroughly imbued with its spirit, and what he has depicted here is the record of his own experience.
I have added many Zen interviews or dialogues or stories of the ancient masters culled somewhat at random from a work entitled Zen-rin Rui-shu in twenty fascicules. It is quite a handy book,givingZen stories under classified headings; unfortunately, it is now a rare book.

DAISETZ TEITARO SUZUKI KAMAKURA, JANUARY, 1934

I Documenti Ufficiali del Periodo di Nara (710-784)

Autore/i: Migliore Maria Chiara
Editore: Università La Sapienza
pp. 96, Roma Prezzo: € 10,00

Dalla Premessa dell’Autrice:

In questo studio della diplomatica del periodo di Nara, argomento poco o per nulla trattato nella produzione scientifica occidentale, presento una traduzione filologica con testo a fronte degli articoli di legge concernenti redazione e modalità di emanazione dei documenti ufficiali, corredata da un commento di natura storica. Vista l’assenza a tutt’oggi di fonti secondarie di questo tipo, la speranza è che possa servire come testo di riferimento per quanti vogliano approfondire l’intricata questione dell’organizzazione burocratica statale del Giappone antico.

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Premessa

Note alla lettura

PARTE I: Analisi dei documenti ufficiali

1.1. Codici penali e amministrativi

1.2. Cenni su diplomatica e paleografia in Giappone

1.3. Tipologia dei documenti ufficiali

1.3.1. L’editto shōsho

1.3.2. L’editto chokushi

1.3.3. I memoriali al trono

1.3.4. Il decreto del principe ereditario

1.3.5. Il memoriale del principe ereditario

1.3.6. Il memoriale dell’Ufficio dei censori

1.3.7. La comunicazione urgente alle province hiyaku

1.3.8. La petizione

1.3.9. Le note di trasmissione fra uffici di pari grado

1.3.10. L’’ordinanza fu

1.3.11. Il rapporto ai superiori

1.3.12. Il rapporto ai superiori per funzionari o privati

1.3.13. La nomina a un rango di corte

1.3.14. I registri della corrispondenza

1.3.15. Il lasciapassare per funzionari in missione o civili

PARTE II: Traduzione di Yōrōryō XXI – Kushikiryō (Leggi sui documenti ufficiali)

Appendice. Organizzazione amministrativa del periodo di Nara

Bibliografia

47 Ronin

Autore/i: Soulié de Morant George
Editore: Bur
prefazione dell’autore pp. 178, Milano Prezzo: € 10,00

Nel Giappone del XVIII secolo una legge puniva con la morte tutti coloro che osavano far scorrere il sangue entro le mura della città imperiale, ma Asano Naganori, giovane guerriero coraggioso e intransigente, trasgredendo alla regola, sguainò la spada di fronte alle mirate provocazioni del ministro dei Riti, Kira. Il gesto gli costò la condanna a morte ma i suoi vassalli, quarantasette samurai ormai senza signore, giurarono di riscattarne la memoria. Per un anno intero pianificarono in clandestinità la vendetta, celando il loro sprezzo per non alimentare la diffidenza del ministro dei Riti. Una storia tragica realmente accaduta, giunta fino a noi attraverso la testimonianza dell’unico guerriero lasciato in vita per onorare degnamente il valore, la lealtà e l’eroismo dei suoi compagni: quei quarantasette ronin entrati nella leggenda, celebrati anche in un film con Keanu Reeves.

Hitachi no Kuni Fudoki

Cronaca della provincia di Hitachi e dei suoi costumi
Autore/i: AA. VV.
Editore: Carocci
a cura di Antonio Manieri, prefazione di Maria Chiara Migliore. pp. 176, Roma Prezzo: € 20,50

Compilato nei primi decenni dell’VIII secolo, Hitachi no kuni fudoki è il resoconto geografico di una remota provincia nel Nordest del Giappone. L’opera nasce con l’intento di informare il governo centrale su un territorio non facilmente perlustrabile per meglio assoggettarlo alla sovranità del clan Yamato. Tuttavia, un asettico documento burocratico diventa una piacevolissima lettura in cui a superbi brani di prosa lirica in cinese si innestano evocative poesie giapponesi e in cui lo scrupolo del funzionario si confonde con la trasmissione della preziosa cultura orale degli anziani. Tradotta per la prima volta in italiano, Hitachi no kuni fudoki è un’opera fondamentale per lo studio della società agricola e pre-buddhista del Giappone arcaico e per una maggiore comprensione del progetto politico che dà vita al periodo Nara (710-784). La descrizione di paesaggi, gli aneddoti e le credenze popolari, i riferimenti all’eroe eponimo Yamato Takeru, che per primo visita e dà il nome ai luoghi iniziandoli alla storia, rendono possibile anche al lettore moderno apprezzare un Giappone ancestrale e periferico che altrimenti sarebbe andato perduto.

Il Re al Margine

Cinque saggi sulla regalità in Giappone e in Africa
Autore/i: Yamaguchi Masao
Editore: Transeuropa
a cura di Domenico Palumbo, Ken Takemoto, traduzione di Domenico Palumbo. pp. 152, Massa Prezzo: € 14,90

I cinque saggi qui raccolti per la prima volta in volume, ricostruiscono il percorso scientifico di un etno-antropologo giapponese cresciuto nel clima post-bellico di egemonia culturale’che, dilagante da oriente a occidente intorno alla metà del secolo scorso, portava a trascurare in ambito accademico l’analisi della regalità preferendole piuttosto quella del gruppo sociale. Una ricerca ostinata e personalissima condotta affiancando esperienza sul campo in Nigeria e studio del mito, ha permesso a Masao Yamaguchi di leggere invece la regalità come cosmologia, come ‘sistema di mito’ e di comprendere, attraverso la sua sostanziale assimilabilità al fenomeno del ‘capro espiatorio’, che essa «fornisce il modello di trascendenza rituale, politica e mitica più diffuso anche nelle società in cui è già superata in quanto istituzione politica»: uno «spazio drammatico suscettibile d’essere stabilizzato nell’immaginazione dei popoli come universo simbolico della vita individuale profonda». Di là dal merito strettamente disciplinare però, il lettore potrà scoprire inoltre in questo libro una guida lucida e appassionata alla cultura del Giappone, con i suoi poemi che narrano di dei ed eroi (la Grande Dea Amaterasu, il fratello Susano-o, maschio tremendo, il principe esiliato  Yamato-takeru) e con le sue marginalità (Kabuki, burattini, geishe e fuorilegge Yâkuza); e alcune suggestioni ammonitrici sulla pervasività di un pensiero digitale che tenderebbe ad aggregare folle e a produrre capri espiatori.

Il Teatro Giapponese Nō

Autore/i: Fenollosa Ernest; Pound Ezra
Editore: Vallecchi
introduzione di Ezra Pound, traduzione di Mary de Rachewiltz. pp. 252, Firenze

Paragonato spesso alla tragedia greca non solo per l’analogia della sua genesi storica, quanto soprattutto per !’intensità emotiva e gli alti valori poetici, il No giapponese costituisce per la cultura occidentale un’acquisizione relativamente recente e ancora tutt’altro che definita. Una tappa decisiva sulla via di tale conoscenza fu indubbiamente la prima edizione inglese di questo libro (apparsa in Irlanda nel 1916 sotto gli auspici di W. B. Yeats), felice frutto della collaborazione tra quel prestigioso conoscitore della lingua e della cultura giapponese che fu Ernest Fenollosa, e il giovane Pound (il cui gusto per l’Oriente si stava fin da allora rivelando come una delle componenti più fertili e originali della sua poesia). Il poeta si basò sugli appunti e sulle versioni in prosa stese dal Fenoli osa per rendere in versi il testo dei drammi rinnovandone il vigore e la bellezza originaria.
Oggi, a cinquanta anni di distanza, il pubblico europeo ha ormai qualche dimestichezza con gli aspetti più suggestivi dell’arte tradizionale giapponese, non escluso questo genere estremamente aristocratico di teatro «emozionale» che anche di recente compagnie specializzate nipponiche hanno portato sulle nostre scene.
In questo volume vengono presentati (tradotti in italiano dalla figlia di Ezra Pound) quindici drammi No, scelti tra quelli che in Giappone sono i più famosi e tuttora normalmente rappresentati. Ad essi si accompagnano le note esegetiche e i commenti estetici del Fenollosa e di Pound. Chiude il volume il saggio che Yeats pose ad introduzione della prima edizione.

Ernest Fenollosa nacque a Salem (Massachusetts) nel 1853. Dopo la laurea a Harvard andò in Giappone e fu insegnante di economia e filosofia alla nuova università imperiale di Tokio. Conquistato dalla civiltà giapponese, si adoperò con successo a difenderne il patrimonio e a diffonderne la conoscenza in tutto il mondo. Alla sua morte, avvenuta a Londra nel 1908, le sue ceneri furono portate in Giappone a cura del governo giapponese. Oltre al volume Epochs of Japanese and Chinese Art, che fu pubblicato postumo, lasciò una serie di note per uno studio sui No: i! giovane Ezra PC”lnd, che era rimasto profondamente colpito dagli scritti del Fenollosa, ne curò la pubblicazione in volume.

Ezra Loomis Pound è nato a Hailey, un paese di frontiera dell’Idaho, nel 1885. Studiò all’Università di Pennsylvania e all’Hamilton College. Il suo primo libro di poesia fu stampato a Venezia nel 1908. Da allora ha pubblicato oltre novanta volumi: poesia, critica e traduzioni. Come editore e fondatore di riviste ha influenzato profondamente la cultura contemporanea. Dopo gli anni giovanili trascorsi prima a Londra, poi a Parigi, si stabilì in Italia: qui è ritornato nel 1958, dopo i tredici anni trascorsi al st. Elisabeth’s Hospital di Washington. Iniziò la pubblicazione dei Cantos, la sua opera fondamentale, nel 1917; l’ultima sezione – Thrones – è del 1959. Di lui la collana Cederna ha pubblicato Lo spirito romanzo.