Fatima Zahra

La figlia prediletta del Profeta Muhammad
Autore/i: Sayyed Jaf’ar Shahidi
Editore: Irfan Edizioni
presentazione Alireza Esmaeili, prefazione e traduzione di Kazem Zakeri, introduzione dell’autore. pp. 150, Setteville di Guidonia (Roma)

Fatima era la cara e diletta figlia del Profeta Muhammad. La sua sapienza, la sua fede, il suo timor di Dio e le sue virtù le valsero l’appellattivo di Sayyidatunnisà (la migliore di tutte le donne ). Da Fatima e da suo marito, l’Imam Alì, discendono undici dei dodici Imam successori del Profeta e guide dell’umanità. Secondo quanto affermato nel Corano, Fatima è infallibile.

Sayyed Jaf’ar Shahidi (1918-2008) è stato uno dei più noti e autorevoli storici e linguisti iraniani contemporanei.

Dio ha fatto, per voi, della fede un mezzo di purificazione dall’idolatria, della preghiera uno strumento con il quale tenere lontana la superbia, della zakat ciò con cui purificare l’anima e aumentare il pane quotidiano, del digiuno un mezzo per rinsaldare la devozione. Egli ha costituito il pellegrinaggio per rinforzare la religione, la giustizia per avvicinare i cuori; ha fatto dell’ubbidienza ai nostri ordini uno strumento con il quale preservare l’ordine della nazione islamica. Ha costituito il jihad per donare onore e dignità all’Islam, ha fatto della pazienza un mezzo per ottenere la ricompensa divina e dell’ordinare il bene ciò con cui difendere e fare rispettare i diritti comuni. Egli ha fatto del beneficiare i genitori un mezzo per prevenire la Sua ira e dell’intrattenere buoni rapporti con i parenti causa d’aumento della popolazione credente; ha costituito il contrappasso per difendere la vita degli uomini e ha fatto del rispetto dei voti ciò con cui guadagnarsi il Suo perdono. Ha ordinato d’impedire che si venda detraendo illecitamente dal peso per combattere le ristrettezze, ha proibito di bere il vino e tutto ciò che inebria per purificare la gente dalle turpitudini, ha fatto del divieto di calunniare e ingiuriare il prossimo uno scudo contro la Sua maledizione, ha ordinato di astenersi dal rubare per preservare la dignità delle Sue creature e ha proibito l’idolatria affinché gli uomini mantengano pura la loro fede nella Sua divinità e unicità. Temete dunque Iddio come merita d’essere temuto e badate di morire musulmani. Eseguite ciò che Dio vi ha ordinato e astenetevi da ciò che Egli vi ha proibito: “Tra i servi di Dio solo i sapienti divini lo temono” (Corano XXXV, 28).

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Presentazione Alireza Esmaeili – direttore dell’Istituto culturale della Repubblica islamica dell’Iran – Roma
Prefazione di Kazem Zakeri
Introduzione
I.      L’Arabia prima e dopo l’avvento dell’Islam
II.     Il matrimonio di Muhammad con Khadija e la nascita di Fatima
III.    Gli anni dell’infanzia
IV.    Il matrimonio con Alì, il Principe dei Credenti
V.     La vita coniugale, i figli e la devozione a Dio
VI.    L’ultimo pellegrinaggio del Profeta e il suo testamento
VII.   La vicenda di Saqifa e l’usurpazione dei diritti di Fatima
VIII.  La denuncia di Fatima e il testo del suo sermone
IX.    La sua morte e gli ultimi insegnamenti
X.     Per un ammonimento della storia
Appendice. I figli di Fatima

Cuore dell’Eurasia

Il Xinjiang dalla preistoria al 1949
Autore/i: Rippa Alessandro
Editore: Mimesis
prefazione di Giampiero Bellingeri. pp. 210, Milano

Il testo rappresenta un’introduzione alla storia del Xinjiang, dalla preistoria fino al 1949, anno dell’istituzione della Repubblica Popolare Cinese. Il principale proposito del volume è quello di sottolineare il ruolo strategico della regione, oggi estremo confine occidentale della Cina e tradizionalmente uno dei principali snodi lungo la via della seta. Attraverso un’analisi storica ma anche geografica e letteraria, il testo mostra come la posizione “centrale” del Xinjiang abbia favorito l’approdo in regione di influenze, popolazioni e culture variegate, contribuendo alla formazione di civiltà ricche e straordinariamente complesse. L’opera si rivolge ad un pubblico non necessariamente accademico, ed è basata su anni di ricerca in Xinjiang e sull’analisi di fonti primarie e secondarie di diverso genere. Si tratta della prima storia del Xinjiang pubblicata in lingua italiana, e colma così un vuoto importante nella letteratura sulla Cina nel nostro paese.

Alessandro Rippa è postdoc presso l’università Ludwig-Maximilian di Monaco di Baviera, affiliato al progetto “Remoteness and Connectivity: Highland Asia in the World” finanziato dal consiglio Europeo della ricerca. Alessandro ha ottenuto il dottorato in antropologia presso l’università di Aberdeen, ha vissuto in Cina per diversi anni e condotto ricerca etnografica in Xinjiang e Pakistan tra il 2009 e il 2013.

Autobiografia di un Monaco Zen

Autore/i: Deshimaru Taisen
Editore: Se
traduzione di Guido Alberti. pp. 144, Milano

“Fui pervaso fin nel più profondo del cuore dal sentimento dell’impermanenza di tutte le cose che mi era stato trasmesso da mia madre. La vita umana era effimera come i petali avvizziti, spazzati via dal vento. La nozione buddhista dell’impermanenza (mujo) faceva parte del mio essere più intimo. Niente nell’universo intero può resistere al tempo. Tutto ne viene travolto, tutto è condannato a scomparire o a mutare. Anche lo spirito, come la materia, è chiamato a trasformarsi, senza mai poter raggiungere la permanenza. Per questo l’uomo è costretto ad avanzare in solitudine, senza alcun appoggio stabile. Come è detto nello Shodoka, neppure la morte, che lascia ciascuno solo nella sua bara, è definitiva. Soltanto l’impermanenza è reale”.

Il Canto dell’Immediato Satori

Autore/i: Daishi Yoka
Editore: Se
introduzione e commento del Maestro Taisen Deshimaru, traduzione di Lucia Corradini pp. 174, Milano

Dalla Prefazione:

La verità autentica risiede nel sistema cosmico e nei fenomeni del reale. Ma questi fenomeni reali devono essere creati a partire dalla fonte originaria e pura di ku, vacuità. Realizzare questo crea una vita meravigliosa, una morte meravigliosa.

Il maestro Yoka descrive come risvegliarsi a questa vita e a questa morte, come decidere della nostra vita quotidiana, come «troncare» la nostra mente e il nostro ego. Yoka Daishi è morto più di mille anni fa, nel 713 dopo Cristo, ma il suo Shodoka, «Canto dell’immediato satori», ancora attuale alla nostra epoca, possiede una freschezza che la maggior parte dei sutra e dei canti antichi non hanno. Nella nostra epoca, gli uomini vivono solo a metà. In tutti gli ambiti, sono soltanto «tiepidi», incompleti, semi-vivi e semi-morti. Più nessuno ha fede nella verità o in se stesso, neppure gli insegnanti, i politici o gli scienziati. La specializzazione ha reso gli uomini incompleti. Lo Shodoka è destinato a tagliare i dubbi che abitano gli uomini, a troncare la loro mente e a trovare la verità in Dio o in Buddha; grazie a esso, l’uomo può risvegliarsi a una vita autentica.

La Virtù Femminile

Autore/i: Setouchi Harumi
Editore: BEAT
pp. 608, Vicenza

Dopo essere stata acquistata dalla più famosa okiya (casa di geishe) di Kyoto, Tami diventa una delle più ricercate geishe giapponesi, ammirata e amata da nobili, industriali, uomini politici. Tami ama i kimono dalle falde larghe che si agitano «come una marea che si ritiri da una spiaggia», ama truccarsi come «una marionetta del Bunraku» e ubbidire ai riti più sottili della sua arte, ma non esita a fuggire con il suo amante a Hollywood, a vestirsi all’occidentale, a gettarsi tra le braccia di una giovane ereditiera americana, a invaghirsi di un giovane studente a Parigi e, infine, a ritirarsi in un piccolo tempio tra i boschi di bambù di Saga e, col nome di Loto della Saggezza, condurre una rigorosa vita monacale e lasciare ancora nutrirsi alla fiamma del desiderio soltanto i suoi bellissimi occhi.
Romanzo che ci conduce nelle stanze segrete dell’animo femminile, là dove la «virtù» contempla anche il coraggio della trasgressione, La virtù femminile è una delle opere più importanti della narrativa giapponese contemporanea.

«Qualcosa di strabiliante percorre La virtù femminile». (la Repubblica)

«In Giappone, Harumi Setouchi è un simbolo. Quando una volta al mese apre le porte del suo tempio di Tendai Dera, vicino a Kyoto, accorrono da tutto il paese per ascoltarla». (il Foglio)

«Harumi Setouchi: la più famosa autrice giapponese di bestseller, da trent’anni monaco buddhista… un simbolo e un guru, una che ha vissuto e che è disposta a insegnare a vivere». (Lidia Ravera, Sette – Corriere della Sera)

Harumi Setouchi è nata nel 1922 a Tokushima, antica ed elegante città dell’isola Shikoku. Nel 1973, dopo un’esistenza intensamente vissuta (un marito, una figlia, una travolgente storia d’amore con un giovane studente, un lungo soggiorno in Cina) ha deciso di diventare monaca e si è ritirata nel tempio della protagonista della Virtù femminile.

Fonti Ricciane

Storia dell’introduzione del cristianesimo in Cina
Autore/i: Ricci Matteo
Editore: La Libreria dello Stato
edite e commentate da Pasquale M. D’Elia S. I., sotto il patrocinio della Reale Accademia d’Italia, 3 volumi pp. CLXIV-386, XXXVI-652, XII-372, ill. b/n, Roma Prezzo: € 280,00

Documenti originali concernenti Matteo Ricci e la storia delle prime relazioni tra l’Europa e la Cina.

Dalla Prefazione:

Già in quella che prelude alla Rinascita e che noi siamo soliti di chiamare l’età di Dante, due italiani animosi, mercatore l’uno e missionario della fede l’altro, si spinsero sino al Gran Cataio, dove portò Fra Giovanni da Montecorvino una prima voce della civiltà cristiana, e donde riportò Marco Polo fra noi e diffuse col suo Milione le prime precise notizie sulla civiltà cinese.

Trascorsero tre secoli: con la caduta della dinastia tartara, della voce di quel primo Apostolo si era spenta nella Cina ogni eco ed ogni ricordo e occorreva ricominciare. Ricominciarono, nella età di Sisto V e di Torquato Tasso, anche questa volta due italiani non meno animosi di quei due primi: Michele Ruggieri e Matteo Ricci, e portarono la parola di Cristo nel cuore stesso della Cina, dove all’inizio della loro predicazione, nel 1584, erano tre soli cattolici, e dove nel 1610 il Padre Ricci, morendo, ne lasciò circa 2500, tutti, o quasi, fra le classi più colte e più elevate e nell’ambito stesso della Corte Imperiale.

Ma un merito altrettanto insigne del dotto gesuita è stato quello di avere non solo diffusa in Cina con le sue opere di teologia, di filosofia, di cartografta e di matematica, scritte da lui stesso in cinese, la conoscenza e l’apprezzamento della civiltà occidentale, ma di avere diffuso tra noi, con le sue opere italiane, una conoscenza larga ed esatta della vita e della storia di quel lontano Impero, dei suoi costumi e delle sue istituzioni.

Non a torto egli è passato, nel campo degli studi, come il primo e il principe dei sinologi. Un sinologo dei nostri tempi, il Nocentini, potè anzi a buon diritto affermare che il Padre Ricci fu il primo ad estendere alla scienza i vantaggi delle missioni.

Delle sue opere maggiori, i Commentari della Cina e le Lettere, già ci ha dato il Padre Pietro Tacchi Venturi S. I., fra il 1911 e il 1913, una prima edizione che ottenne largo e favorevole consenso nel campo degli studiosi. Ma delle opere del Padre Ricci occorreva una nuova edizione, più compiuta e condotta con un riscontro più diretto e approfondito delle fonti cinesi. A questa impresa si è accinto il Padre Pasquale D’Elia S. I., sinologo valentissimo che già del Padre Ricci ha, di recente, pubblicato il grande Mappamondo.

Volume I – edizione del 1942

Parte I: Libri I-III

Da Macao a Nanciam (1582-1597)

Volume II – edizione del 1949

Parte II: Libri IV-V

Da Nanciam a Pechino (1597-1610-1611)

Volume III – edizione del 1949

Parte III: Appendici e Indici

Opera rarissima e fondamentale per la storia e diffusione del Cristianesimo in Cina.

Nell’Islam Iranico

Aspetti spirituali e filosofici – 2. Sohrawardī e i platonici di Persia
Autore/i: Corbin Henry
Editore: Mimesis
a cura di Roberto Revello, con uno scritto di Salvatore Lavecchia pp. 444, Milano

Autore di riferimento, nodo imprescindibile nella ricerca di un filone spirituale ininterrotto che va dall’Iran mazdeo all’Iran shiita, per Corbin Sohrawardi è stato il pensatore più congeniale, un vero alterego. Le opere dello shaykh al-Ishraq sono infatti iniziazione a un percorso filosofico e spirituale, l’incontro immaginale ed ermeneutico con un Plato redivivus, “un Platone percepito nella luce del futuro”. La hikmat al-Ishraq, “sapienza orientale” e “filosofia illuminativa” si fa barzakh, “essere tra”, confluenza nella gnosi islamica di tradizioni e testimonianze mazdee, caldaiche ed ermetiste. Il tesoro degli Ishraqiyun si consegna come lascito da riattivare attraverso un incontro personale, nei modi rappresentati simbolicamente dai “Racconti mistici” di Sohrawardi e così straordinariamente interpretati da Corbin in quest’opera.

Isolario Arabo Medioevale

Autore/i: Arioli Angelo
Editore: Adelphi
premessa dell’autore. pp. 344, Milano

Come approdi momentanei di un itinerario inventato – dal Mar di Cina e dall’Oceano Indiano al tenebroso «Mare Abbracciante» in Estremo Occidente – sfilano isole mirabili, piccoli universi dagli ambigui confini, viste, immaginate e raccontate da autori musulmani di varia provenienza (dall’Iraq alla Persia, al Marocco, alla Spagna), mercanti e viaggiatori, ma anche sedentari compilatori di opere geografiche, in un arco di tempo che va dalla metà del IX al XV secolo. Isole che appaiono e scompaiono, isole abitate soltanto da donne, o da esseri che si fanno sentire ma non si fanno mai vedere, l’isola delle scimmie, del leggendario e vendicativo uccello Rukhkh, degli antropofagi, del rubino, dei granchi pietrificati, degli androgini. Infinite varianti di isole fantastiche, che evocano meraviglie: come Finzioni di Borges, o Le città invisibili di Calvino o il Libro dei mostri di Wilcock.

Donne e Giardino nel Mondo Islamico

Autore/i: Vanzan Anna
Editore: Angelo Pontecorboli
pp. 150, 100 ill. a colori e b/n, Firenze

Fin dai suoi albori, la civiltà musulmana si preoccupa di “islamizzare” ogni aspetto della vita
pubblica e privata, compresi gli spazi. L’etica islamica prevede che pubblico e privato siano
rigidamente separati, e tale concezione si riflette immediatamente sulla casa d’abitazione, difesa
da mura che celino gli abitanti da sguardi esterni, proteggendo la privacy familiare.
La vita dei residenti è rivolta all’interno, dove, dopo l’ingresso principale, si apre un cortile attorno al quale si svolgono le attività familiari. Il cortile-giardino, s’arricchisce di alberi, piante, fontanelle o addirittura vasche (tipiche quelle in Iran e nel sub continente indiano), recipienti in metallo o marmo, gabbie per gli uccellini, e spesso si avvale della bellezza dei delicati intarsi nel legno che contorna le finestre degli ambienti affacciantisi sul cortile stesso o aggettantisi sulla strada esterna. E così che, al posto delle finestre comunemente intese, nascono vere e proprie costruzioni articolate (mashrabiya), delicatamente intagliate nel legno, che consentono alle donne di vedere fuori senza essere viste dagli estranei.
Un luogo dove passeggiare con le proprie dame o dove le stesse potevano trascorrere il proprio tempo in piena libertà. Il giardino, infatti, è hortus conclusus e, come tale, spazio quanto mai atto a ospitare la presenza femminile che nelle società islamiche deve rimanere, preferibilmente, celata all’interno di ginecei (harem) di cui il giardino è la naturale estensione. Ecco che il binomio donne-giardino si rafforza e occupa spazi sociali, letterari, artistici e antropologici.

Anna Vanzan, iranista e islamologa, Ph.D. in Near Eastern Studies presso la New York University.
Insegna Cultura araba alla Statale di Milano e Genere e Pensiero islamico al Master MIM Ca’ Foscari (Ve) e al Master on line EUMES.
Si occupa prevalentemente di questioni di genere e islam.
Ha al suo attivo numerose pubblicazioni in Italia e all’estero. Fra le ultime monografie: Le donne di Allah, viaggio nei femminismi islamici (Bruno Mondadori, Milano, 2010) e Che genere di islam. Omosessuali, queer e transessuali tra shari’a e nuove interpretazioni (Ediesse, Roma, 2012).

 

Sciiti nel Mondo

Autore/i: Scarcia Amoretti Biancamaria
Editore: Jouvence
premessa dell’autrice. pp. 350, Milano

Protagonisti politici di primo piano sulla scena mediorientale contemporanea, gli sciiti permangono una realtà poco nota, ma sentita come pericolosa e aliena. Questo libro intende offrire strumenti di conoscenza e di comprensione perché essi vengano collocati nel complesso quadro del mondo islamico. Si tratta di un profilo della loro storia sin dai primi tempi dell’Islam, nei diversi Paesi in cui sono presenti. Vengono messi in luce gli elementi di continuità con il passato e quelli determinati, invece, dal contesto internazionale a noi più prossimo. Accanto ai fatti storici, però, se ne analizza la specificità religiosa e il contributo all’elaborazione teologica e filosofica dell’Islam nel suo complesso. Pensato per i “non addetti ai lavori”, il libro costituisce nel contempo una sorta di manuale universitario, utile come tale a chiunque coltivi il settore.

Biancamaria Scarcia Amoretti, Professore Emerito della Sapienza Università di Roma, è una delle studiose più autorevoli del mondo islamico, i cui interessi spaziano dall’Islam medievale a quello contemporaneo. Lo dimostrano lavori che vanno dai contributi dedicati alla storia medievale della Cambridge History of Iran, a testi di divulgazione incentrati sulla problematica dell’impatto della religione islamica sulle dinamiche politiche del mondo musulmano nel suo complesso, quali Tolleranza e guerra santa nell’Islam (Firenze 1974) o Il mondo dell’Islam (Roma 1981). Tra le pubblicazioni più recenti Il Corano. Una lettura (Roma 2009).

Gli Ordini Sufi nell’Islam

Un viaggio singolare nel cuore dell’Islam, tra antichi riti e pratiche sufi
Autore/i: Trimingham J. Spencer
Editore: Controluce
presentazione di Enzo Pace, introduzione, prefazione dell’autore, traduzione e cura di Guglielmo Zappatore. pp. 436, Nardò (LE)

«L’immagine efficace cui sovente si ricorre per definire sinteticamente cos’è il sufismo è quella della noce. Il guscio è la Legge (shari’a), il gheriglio è la Via che si segue per ascendere a Dio (tariqa), l’olio, che sottilmente permea tutto il frutto, è il simbolo della verità assoluta (haqiqa) che unifica le altre due dimensioni, finalizzandole alla scoperta del Dio unico. […] Di sufismo si parla molto oggi. […] È come dire: c’è un altro Islam, fra la fissazione dell’immutabilità e non interpretabilità della Legge, da un lato, e la politica d’identità praticata da gruppi e movimenti che si agitano nelle società a maggioranza musulmana, magari per organizzare una opposizione impossibile a regimi blindati, dall’altro. I sufi sembrano occupare la via mediana, […]: non contro la Legge né per la riduzione della religione alla pura logica della politica che, schmittianamente, guida l’agire secondo lo schema binario dell’amico/nemico. Piuttosto il sufismo lavora da sempre per affermare che la Legge è fatta per l’uomo e non viceversa e che se le parole hanno un senso, la parola salam – che vuol dire pace in arabo e che compone nelle buone maniere religiose il saluto fra persone che si riconoscono nella fede nel Dio unico – vorrà pur dire qualcosa in contrasto con l’etica guerriera che avanza nel mondo musulmano e che fa da specchio deformato della logica di guerra imposta da tempo dalle principali potenze mondiali a tutto ciò che solo qualche anno fa costituiva o le aree coloniali oppure le zone di influenza geo-politica.» (dalla Presentazione di Enzo Pace)

J. Spencer Trimingham (1904-1987) è stato un islamista britannico e pastore anglicano. Studioso di cultura islamica africana, diresse il Dipartimento di Arabo e Islamistica presso la Glasgow University.
Tra i suoi saggi più noti ricordiamo: Islam in Ethiopia, Last great Muslim Empires e The Influence of Islam upon Africa.

L’Imām Nascosto

Autore/i: Corbin Henry
Editore: Se
a cura e con uno scritto di Gianni Carchia, traduzione di Mariolina Bertini pp. 104, Milano

“L’avventura spirituale che ci è narrata in queste pagine da Henry Corbin, fra i tanti segreti accanto ai quali ci fa sostare, uno ce ne sussurra, dei più preziosi. Si riferisce al tempo. Noi leggiamo queste storie meravigliose, entro le quali si cullano i sogni della coscienza che si desta alla conoscenza, e subito ci avvediamo che esse non sono l’opera di un arbitrio del fantasticare puro, che i contorni della fantasia che le genera non sono quelli, molli ed evanescenti, del rammemorare mitico. Perché la libertà e l’incanto di ciò che qui si narra sono inscritti, piuttosto, entro le linee ferme e intransigenti di una dottrina, anzi di una religione. Ma al tempo stesso, la ferma sobrietà che, sotterraneamente e senza sforzo, disciplina il rigoglio dell’ispirazione, è come non avesse peso, come si liberasse leggera al di sopra di qualsiasi greve storica puntualità. Gli eventi che si raccontano sono determinati e precisi, hanno un rilievo, non sono fantasmi irreali; il loro profilo, però, è quello immateriale, benché obiettivo, di un viso in uno specchio, di un “raggio di luce che attraversa una vetrata”.” (Dallo scritto di Gianni Carchia)

I Nomi Divini e il Profeta alla Luce del Sufismo

Autore/i: Al-Gili Al-Karim
Editore: Il Leone Verde
a cura di Claudio Marzullo pp. 250, Torino

Prima edizione e traduzione in lingua occidentale di uno dei trattati maggiori di ‘Abd al-Karīm al-Ğīlī (m. 1408 d.C.), seguace di Ibn ‘Arabī (m.1240 d.C.) e figura di primo piano nel sufismo.

Il testo – scritto agli inizi del XV secolo tra la Palestina e lo Yemen, pochi anni dopo la stesura dell’Insān al-kāmil, “L’Uomo universale” – affronta un motivo cardine dell’intellettualità islamica premoderna, e cioè la riflessione sui Nomi divini e, in modo particolare, sui 99 Nomi “più belli”. Attraverso questi, infatti, il teologo parla di Dio, descrivendone qualità e attributi; il filosofo spiega l’origine del mondo e adatta il sistema neoplatonico al concetto religioso di creazione; il maestro sufi accenna al mistero del rapporto tra l’Assoluto e il mondo, l’Uno e il molteplice. L’iniziato e l’asceta contemplano i Nomi divini per la purificazione dell’anima; il predicatore, spronando i comuni fedeli a una condotta virtuosa, li minaccia e li rincuora evocando, a un tempo, l’Ira e la Misericordia, qualità che descrivono Nomi divini. E ancora, di Nomi divini son fatte le invocazioni del credente, spontanee o codificate dalla tradizione, e sul ricordo costante di essi poggiano i riti del sufismo.

L’opera non si limita a descrivere Nomi e qualità divine, ma affronta anche l’aspetto “pratico”, e cioè della loro realizzazione cosciente e attiva nell’uomo, e la possibilità per quest’ultimo di poter elevarsi dalla condizione d’individuo, soggetto al divenire, e ricongiungersi all’Assoluto.

Al fine di rendere più chiari tali concetti e, soprattutto, trovarne conferma e legittimità nella tradizione islamica, Ğīlī ripercorre alcuni episodi della biografia di Muḥammad, interpretando ciascuno di essi come un “effetto” della realizzazione spirituale di una determinata qualità divina.

Così, d’un tratto, la biografia profetica assume tinte del tutto inusitate per il comune lettore occidentale quanto, forse, per il musulmano contemporaneo che ha poca familiarità con la dimensione esoterica della propria religione. Non soltanto gli aspetti della vita profetica più noti, ispirati a misericordia o a severità, ma anche aneddoti che possono sembrare bizzarri o poco significativi per la mentalità moderna, acquistano pienezza di senso per Ğīlī, il quale è in grado di coglierne l’universale, al di là della minutezza degli eventi e delle inevitabili limitazioni dettate dal contesto storico e culturale.

Il Mediterraneo e l’Italia nell’Ottocento nelle Opere di Jacopo Gråberg di Hemsö (1776-1847)

Autore/i: Rainero Romain H.
Editore: Ipocan
pp. 184, Roma

Sommario

Introduzione
Jacopo Gråberg di Hemsö, uno studioso svedese nella diplomazia e nella cultura del Mediterraneo e dell’Italia agli inizi dell’Ottocento

Ritratto di Jacopo Gråberg di Hemsö

Capitolo primo
La fase marocchina: da Genova a Tangeri: importanza del ruolo dell’Italia

Capitolo secondo
Gråberg a Tripoli: alla ricerca di Ibn Khaldun

Appendice: Schema della Muqaddima, nella versione di Gråberg

Capitolo terzo
Gråberg, bibliotecario della Biblioteca Palatina di Firenze

Epilogo
Gråberg, un enciclopedico svedese devoto all’Italia e al Mediterraneo

APPENDICI
Da “Prospetto del commercio di Tripoli d’Affrica e delle sue relazioni con quello dell’Italia” (1827-1828-1830)

Da “Prospetto del commercio dell’impero di Marocco e delle sue relazioni con quello dei popoli d’Italia” (1834)

Da “Relazioni commerciali dell’Egitto, dell’isola di Candia, e della Siria coi porti d’Italia e principalmente con quello di Livorno” (1841)

Da “Notizia intorno alla famosa opera istorica di Ibnu Khaldun” (1846)

Elenco degli opuscoli e delle opere pubblicate da Jacopo Gråberg di Hemsö (1801-1847)

Il Fondo Gråberg di manoscritti arabi della Biblioteca Nazionale di Firenze

Riproduzioni dei frontespizi dei più importanti volumi di Gråberg in italiano

1. Lettera al dottor Luigi Grossi sulla peste di Algeri negli anni 1819 – 1820 – 1820

2. Notizia intorno alla famosa opera istorica di Ibnu Khaldun – 1834

3. Specchio geografico e statistico dell’Impero di Marocco – 1834

4. Catalogo delle opere di Gråberg di Hemsö – 1837

5. Notizia intorno alla famosa opera istorica di Ibnu Khaldun – 1846

Islamismo e Democrazia

Autore/i: Redaelli Riccardo
Editore: Vita e Pensiero
introduzione dell’autore. pp. 104, Milano

Le cosiddette primavere arabe, con il loro sostanziale fallimento, hanno suscitato nel mondo occidentale una delusione che ha portato molti a concludere che il rapporto tra islam e democrazia sia impossibile. Questo libro affronta finalmente il problema nella prospettiva corretta, mettendo in luce i meccanismi attraverso i quali culture e storie politiche diverse finiscono per fraintendersi. La prima cosa da capire – ci dice Riccardo Redaelli, che da anni si occupa di geopolitica e storia del Medio Oriente – è che la religione islamica non è una realtà monolitica, bensì storicamente diversificata secondo le etnie, le culture e le regioni di quel mondo. Il secondo punto è che i concetti di democrazia e di Stato nazionale, affermatisi nei nostri sistemi occidentali e basati sul concetto di libertà individuale, risultano difficilmente applicabili nelle società islamiche perché estranei alle loro tradizioni. È invece la rivelazione coranica il fondamento dei loro sistemi politici e statuali, pur se in declinazioni molto diverse. Ma le esperienze di (teo)democrazia islamica sono state finora deludenti, come mostra qui Redaelli analizzando le più significative, e spesso hanno addirittura finito per dividere e polarizzare quelle società.
A complicare la situazione, le visioni radicali e militanti hanno rinverdito il mito del califfato islamico da riportare in vita sulle ceneri degli Stati nazionali moderni, favorendo l’affermazione di movimenti inclini all’uso di una violenza brutale, come nel caso dei gruppi che predicano il jihad armato su scala globale. Un affresco nient’affatto semplice da decifrare, la cui corretta comprensione, tuttavia, è un’urgenza drammatica per l’Occidente.

Riccardo Redaelli è professore ordinario di Geopolitica e di Storia e istituzioni dell’Asia presso la Facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Presso lo stesso Ateneo dirige il Centro di Ricerche sul Sistema Sud e il Mediterraneo Allargato (CRiSSMA) e il Master in Middle Eastern Studies dell’ASERI (Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali). Autore di numerosi articoli su riviste specializzate e di contributi a volumi miscellanei.

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INTRODUZIONE
I. Il pericolo di una reifi cazione dell’islam
Un’immagine cristallizzata e astorica
Il difficile rapporto con la modernità
Una rosa è una rosa è una rosa
II. Fra umma e nazione. Il mondo musulmano e lo Stato nazionale
Due invenzioni di successo: lo Stato-nazione e la democrazia
Il mito califfale
Umma, wataniyya, qawmiyya
Il fallimento dell’illusione pan-arabista
III. Rappresentare il popolo: la difficile applicazione di un modello allogeno
Il rifiuto della democrazia occidentale
La ikraha fi -l-din
Garantire le minoranze nelle società frammentate
Il concetto di rappresentanza
IV. I fallimenti di una via islamica alla democrazia e l’illusione califfale
La prospettiva islamista e l’islam quale ideologia d’opposizione
Un modello islamico sciita: la Repubblica Islamica dell’Iran
L’assolutismo saudita
La prospettiva jihadista del ritorno al califfato: il califfato di al-Baghdadi
CONCLUSIONE
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI